Quante persone anziane ci sono in Italia? Cosa cambia per le città
Pubblicato il 9 Ott 2026
Quante persone anziane ci sono in Italia? Ecco come i dati rappresentano il nostro Paese
C’è un numero che racconta meglio di molti altri come sta cambiando il nostro Paese: una persona su quattro che vive in Italia ha più di 65 anni. È la nuova struttura della popolazione italiana, destinata a caratterizzare il Paese anche nei prossimi decenni.
Secondo gli ultimi Indicatori demografici ISTAT, al 1° gennaio 2026 le persone con almeno 65 anni sono 14 milioni e 821 mila, pari al 25,1% della popolazione residente. È il dato che risponde alla domanda su quante persone anziane ci sono in Italia, ma acquista significato solo se letto insieme agli altri indicatori demografici: diminuiscono le nascite, si riduce la popolazione in età lavorativa, aumentano le persone che vivono sole e le famiglie sono sempre più piccole. Cambia così il modo di abitare le città, di organizzare i servizi e di costruire reti di cura e di prossimità.
Ogni anno l’ISTAT aggiorna questa fotografia. Dietro ai numeri non c’è soltanto una statistica, ma il racconto di un’Italia che sta cambiando forma.
| Fascia d’età | Numero di persone | Percentuale della popolazione | Variazione in un anno |
| Fino a 14 anni | 6.852.000 | 11.6% | – 168.000 |
| 15/64 anni (età attiva) | 37.270.000 | 63.2% | – 73.000 |
| 65 anni e più | 14.821.000 | 25.1% | + 240.000 |
| 85 anni e più | 2.511.000 | 4.3% | + 101.000 |
Dietro questi numeri si muovono due fenomeni paralleli. Da una parte continua il calo della natalità: nel 2025 sono nati 355 mila bambini, a fronte di 652 mila decessi, con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna. Dall’altra cresce la speranza di vita, che raggiunge 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne, collocando l’Italia tra i Paesi più longevi d’Europa.
La quota di persone anziane, quindi, non aumenta perché si invecchia “troppo”, ma perché si vive più a lungo e nascono meno bambini. La longevità è un nuovo tempo che abbiamo conquistato. La vera questione è capire come accompagnarla con politiche, servizi e modelli di cura adeguati.
Come cambierà l’Italia da qui al 2050
Le proiezioni demografiche non sono previsioni del tempo, ma lavorano su una materia già in gran parte determinata. Le persone che avranno 65 anni nel 2050 sono nate negli anni Ottanta e sono già tutte qui, contate. Il margine di incertezza, quindi, riguarda i flussi migratori e i comportamenti riproduttivi, non l’ossatura della piramide per età.
Per questo, le previsioni della popolazione residente e delle famiglie elaborate dall’ISTAT vanno lette come una traiettoria, non come un’ipotesi tra le tante. Il quadro che restituiscono, fondato sui dati raccolti negli ultimi anni, si può riassumere in tre tendenze.
- Il ricambio che non c’è. Entro il 2050 si prevede un calo della popolazione in età attiva di circa 7.7 milioni di persone, scendendo dal 63.5% al 54.3% del totale, mentre la quota di over 65 salirà dal 24.3% al 34.6%, passando così da un abitante su quattro a uno su tre. Meno persone in età da lavoro significano meno contribuenti, ma anche meno figli disponibili a fare i caregiver dei propri genitori. Un tema di cui si parla ancora molto poco.
- La solitudine. Nei prossimi venticinque anni, gli over 65 che vivono da soli passeranno da 4,6 a 6,5 milioni. In questo contesto, però, il dato che merita più attenzione riguarda gli ultrasettantacinquenni che da soli cresceranno di oltre 1,7 milioni, raggiungendo la quota di 4,6 milioni di persone, di cui 3,4 milioni donne. È una questione di genere prima ancora che di età, e chiama in causa il welfare di prossimità più di qualsiasi altra misura.
- La frammentazione delle famiglie. Stando alle previsioni, nei prossimi decenni le famiglie unipersonali saliranno dal 36.8% al 41.1% del totale, e la dimensione media di un nucleo familiare scenderà da 2.21 a 2.03 componenti. La nostra popolazione, quindi, sarà composta da famiglie più piccole, sempre meno in grado di assorbire al proprio interno il lavoro di cura che finora hanno svolto in silenzio.
Tre tendenze che si rinforzano a vicenda: più persone anziane sole, meno persone in età da lavoro per assisterle, famiglie troppo piccole per farlo da sole.
Cosa cambia per le città e per i modi di abitarle
Una popolazione che invecchia non riorganizza soltanto la spesa sanitaria, ma anche lo spazio che abita.
I dati ISTAT sulla condizione abitativa delle persone anziane, diffusi a febbraio 2026 sulla base del censimento 2023, mostrano che più di una famiglia su quattro in Italia è composta esclusivamente da persone di 65 anni e più.
L’83,6% di queste famiglie vive in una casa di proprietà, contro il 70,9% delle altre: una generazione che ha comprato casa da giovane e non si è più spostata. Quasi sette su dieci abitano in alloggi facilmente accessibili (piano terra, primo piano o edifici con ascensore), ma le altre tre no. E una rampa di scale è una barriera al welfare quanto una lista d’attesa.
Questo significa che è necessario riflettere su condizioni che riguardano il progetto urbano prima ancora che sui servizi sociali.
- Prossimità. Farmacia, ambulatorio, mercato e sportello pubblico sono servizi che diamo per scontati finché possiamo raggiungerli in auto, ma per chi ha smesso di guidare ogni fermata in più o cambio di autobus li allontana ben oltre la distanza reale. Non è una questione di chilometri, ma di accessibilità. Quando raggiungere un servizio diventa faticoso, quel servizio viene usato di meno, più tardi e, in alcuni casi, addirittura solo quando il bisogno è già urgente.
- Accessibilità. L’assetto fisico della città incide sulla frequenza con cui una persona anziana esce di casa tanto quanto la disponibilità dei servizi. Marciapiedi sconnessi, panchine assenti, illuminazione insufficiente e semafori calibrati su un passo medio non rendono lo spazio urbano impraticabile, bensì faticoso, che nei fatti produce lo stesso risultato. Al tempo stesso, questi sono gli elementi su cui l’amministrazione può intervenire più facilmente, perché rientrano nella manutenzione ordinaria e non richiedono riforme normative.
- Modelli abitativi. Cohousing, senior housing e altre forme di abitare condiviso esistono in Italia – funzionano e sono documentate -, ma rimangono sperimentazioni isolate, sostenute da bandi a termine più che da una programmazione ordinaria. Il salto da progetto pilota a offerta strutturale, ancora oggi, rimane una decisione della politica pubblica.
- Relazioni. È l’ambito meno misurabile dei quattro, e per questo il più fragile quando si tratta di allocare risorse. Eppure, è innegabile che le città abbiano bisogno di luoghi in cui una persona sola possa coltivare relazioni sociali senza dover prima dichiarare un bisogno: un cortile, una biblioteca, un centro civico, un bar con i tavoli fuori. Il welfare formale si attiva quando la fragilità è già riconosciuta e certificata, mentre la socialità ordinaria agisce prima, in un momento in cui una situazione può ancora non peggiorare. Ed è proprio in questa fase che l’intervento ha più valore, perché agisce su una condizione ancora reversibile.
A queste condizioni si aggiunge, poi, la cura domiciliare. È il vero banco di prova del sistema di welfare, perché finché presuppone che sia la persona a raggiungere il servizio, l’invecchiamento continuerà a produrre esclusione per via logistica prima ancora che sanitaria, escludendo per primi proprio quelli che avrebbero più bisogno di essere raggiunti.
Nessuna di queste questioni, però, si risolve con un intervento emergenziale. Richiedono programmazione, dati territoriali e un lavoro condiviso tra istituzioni, Terzo Settore e comunità.
Il lavoro della Fondazione Ravasi Garzanti
I numeri dell’invecchiamento sono pubblici e disponibili. Quello che manca, spesso, è una cornice che li trasformi in decisioni.
È il terreno su cui si muove l’ impegno della Fondazione Ravasi Garzanti, che sin dalla sua fondazione promuove ricerca e approfondimento sulla longevità, sperimenta modelli di welfare e mette in relazione istituzioni, enti del Terzo Settore, imprese e comunità. Non per raccontare la grande età come problema, ma per costruire gli strumenti con cui una società longeva può funzionare.
Da questo lavoro nasce anche l’Alleanza per la Grande Età, il patto civico promosso insieme al Comune di Milano, a Regione Lombardia e a decine di alleati del territorio, con l’obiettivo di trasformare la longevità da questione demografica a progetto condiviso di città.
Se lavori in un’istituzione, in un ente, in un’impresa o in un centro di ricerca e vuoi contribuire a questa costruzione, scrivici.