The Alliance for the Golden Years stems fromthe Ravasi Garzanti Foundation’scommitment to building a new urban welfare system dedicated to longevity. It is a civic and generative pact that goes beyond a simple welfare program, transforming vulnerability and needs into opportunities for community, solidarity, and social innovation.

Aspettativa di vita in Italia: viviamo più a lungo, ma viviamo meglio?

Pubblicato il 20 Ott 2026
aspettativa di vita in Italia

Vivere più a lungo non significa vivere meglio: cosa ci dicono i dati sull’aspettativa di vita in Italia

In Italia viviamo sempre più a lungo. Ma quanti degli anni che guadagniamo vengono trascorsi davvero in buona salute? È una domanda sempre più importante in un Paese che si distingue per longevità, ma in cui l’aumento della durata della vita non si traduce necessariamente in un miglioramento delle condizioni in cui si invecchia.

Nel 2025 l’aspettativa di vita in Italia ha raggiunto gli 81,7 anni per gli uomini e gli 85,7 per le donne. La speranza di vita in buona salute alla nascita, invece, si è fermata a 59,1 anni, in lieve ripresa rispetto ai 58,1 del 2024. Una distanza significativa, che invita a guardare oltre il numero complessivo degli anni vissuti.

Sul fronte della longevità, l’Italia si conferma comunque tra i Paesi europei con i risultati migliori. Secondo i dati Eurostat relativi al 2024, gli uomini italiani occupano il secondo posto nell’Unione europea per aspettativa di vita, mentre le donne si collocano al terzo, in entrambi i casi al di sopra della media dei ventisette Paesi membri.

Vivere più a lungo, però, non equivale necessariamente a vivere tutti quegli anni senza problemi di salute. Malattie croniche, limitazioni nelle attività quotidiane e perdita di autonomia possono incidere sulla qualità della vita, rendendo sempre più importante interrogarsi non soltanto su quanto viviamo, ma anche su come viviamo.

E le possibilità di trascorrere più anni in buona salute non sono uguali per tutti. I dati mostrano differenze legate al territorio, alle condizioni socioeconomiche, al livello di istruzione e all’accesso ai servizi. Il divario tra longevità e salute non è quindi soltanto una questione individuale o biologica, ma chiama in causa le condizioni di vita, le opportunità e le politiche pubbliche che possono contribuire a migliorare il benessere lungo tutto l’arco dell’esistenza.

Come è cambiata la longevità degli italiani negli ultimi decenni 

Il dato più netto dell’ultima rilevazione ISTAT riguarda la distanza tra i due sessi. I quattro anni che separano uomini e donne sono il divario più basso dal 1953. Il recupero maschile matura nell’arco di alcuni decenni e si deve soprattutto al calo del fumo, alla riduzione della mortalità prematura e ai progressi nella diagnosi precoce.

La progressione, però, non è stata lineare. Nel 2020 e nel 2021 la pandemia ha interrotto una curva che cresceva da decenni, con perdite che in Europa hanno superato l’anno di vita media. Dal 2022 il recupero è proseguito senza interruzioni e ha riportato i valori oltre il livello pre-pandemico.

Nel confronto europeo l’aspettativa di vita in Italia resta ai primi posti. Nel 2024 Eurostat stima la media dell’Unione in 81,5 anni, mentre il valore italiano arriva a 83,7. Tra gli uomini il Paese è secondo con 81,6 anni contro una media di 78,9; tra le donne raggiunge 85,7 anni, a fronte di 84,1.

Il primato regge anche a scala regionale. Fra le quattro aree europee che superano gli 85 anni di vita media compaiono due province italiane, Trento e Bolzano, accanto alla Comunità di Madrid e alla regione di Stoccolma.

Dietro questi numeri ci sono decenni di miglioramento delle condizioni sanitarie ed economiche: prima la caduta della mortalità infantile e delle malattie infettive, poi i progressi nella cura delle patologie cardiovascolari e oncologiche, che hanno spostato in avanti la sopravvivenza soprattutto dopo i sessantacinque anni.

Accanto alla durata complessiva della vita esiste però un secondo indicatore, che misura qualcosa di diverso: la speranza di vita in buona salute. 

Aspettativa di vita e anni in buona salute, due misure da leggere insieme 

La speranza di vita in buona salute stima gli anni che ci si può attendere di vivere senza malattie o limitazioni. È la misura che manca quando si guarda alla sola durata.

Nel 2025 ISTAT la colloca a 59,1 anni, ma il dettaglio per sesso rovescia il quadro visto finora: 60,2 anni per gli uomini e 58,0 per le donne. Le donne vivono più a lungo e trascorrono in salute una quota minore della propria esistenza.

Fra questo valore e l’aspettativa di vita in Italia restano quasi venticinque anni. È il tratto su cui si concentra la ricerca sulla longevità della Fondazione. 

Sullo stesso tema circola però un secondo numero, molto più alto. L’indicatore europeo Healthy Life Years attribuisce all’Italia 69,1 anni liberi da limitazioni nel 2023, seconda nell’Unione dopo Malta e sopra una media di 63,1.

Le due cifre non si contraddicono, perché misurano fenomeni differenti:

Indicatore Che cosa misura Valore per l’Italia
Speranza di vita alla nascita Anni che una persona può attendersi di vivere 83,7 (stima ISTAT, 2025)
Speranza di vita in buona salute Anni attesi con una salute percepita come buona 59,1 (stima ISTAT, 2025)
Anni di vita in buona salute (HLY) Anni attesi senza limitazioni nelle attività quotidiane 69,1 (Eurostat, 2023)

La prima misura parte da come le persone giudicano il proprio stato di salute, la seconda da quanto riescono a fare nella giornata. La percezione soggettiva restituisce sempre un valore più basso, perché intercetta anche disturbi e preoccupazioni che non impediscono di svolgere le attività di ogni giorno.

Il punto non è quale indicatore sia più affidabile, ma il fatto che entrambi segnalino uno scarto di almeno vent’anni.

Le disuguaglianze dietro la media nazionale 

L’aspettativa di vita in Italia è un dato aggregato e tiene insieme situazioni molto distanti fra loro.

Nel 2024 gli anni attesi in buona salute vanno dai 60,6 del Nord-est ai 56,0 delle Isole e ai 55,3 del Sud. Oltre cinque anni, fra due aree dello stesso Paese e servite da un uguale sistema sanitario.

Il gradiente sociale è altrettanto netto. Le tavole ISTAT sulle diseguaglianze nella speranza di vita per livello di istruzione registrano, alla nascita, uno svantaggio di 5,2 anni per gli uomini con al massimo la licenza elementare rispetto ai laureati; per le donne la distanza è di 2,7 anni. Il titolo di studio vale qui come indicatore della condizione socio-economica, perché si lega a occupazione, reddito, abitudini e possibilità di accedere alle cure.

L’effetto si concentra nell’ultima parte della vita. Il Rapporto BES registra che il 48,9% delle persone con più di 74 anni convive con almeno una patologia cronica grave o con serie limitazioni nell’autonomia.

Divari di questa ampiezza chiamano in causa scelte organizzative, che agiscono soprattutto su tre leve:

  • Prevenzione: adesione agli screening, contrasto al fumo e alla sedentarietà, diagnosi precoce delle patologie croniche.
  • Prossimità dei servizi: quanto è vicino, accessibile e continuo il rapporto con la medicina territoriale e con i servizi rivolti alla Grande età e caregiver. 
  • Condizioni di vita e di lavoro: mansioni usuranti, qualità dell’abitare, isolamento sociale, reti familiari disponibili.

Quanto pesino lo mostra la cura a domicilio. La ricerca Meglio a casa?, realizzata dal CERGAS SDA Bocconi con il sostegno della Fondazione, ha misurato l’impatto economico e sociale dell’assistenza domiciliare alle persone anziane con demenza nell’area metropolitana di Milano: costi sostenuti quasi interamente dalle famiglie, servizi frammentati, qualità della vita che peggiora soprattutto per le donne, che restano le principali caregiver.

Progettare la longevità, non solo misurarla!

La ricerca Silver & Longevity Economy propone di leggere l’invecchiamento non soltanto attraverso i bisogni assistenziali che genera, ma anche come una trasformazione capace di produrre nuove domande, competenze, relazioni e opportunità di sviluppo. Alleanza per la Grande Età porta questa prospettiva dentro una rete che coinvolge istituzioni, organizzazioni, imprese e cittadini.

Spostare l’attenzione da quanto viviamo a come viviamo significa orientare le scelte di sanità pubblica: rafforzare la prevenzione, la continuità assistenziale e i servizi territoriali, senza limitare la risposta ai soli momenti di malattia acuta. È una questione che riguarda l’aspettativa di vita in Italia quanto l’organizzazione dei servizi che la accompagnano.

È su questo terreno che la Fondazione Ravasi Garzanti opera da quarant’anni, mettendo in relazione ricerca, elaborazione culturale e sperimentazione di nuovi modelli di intervento, in collaborazione con università, istituzioni e realtà locali.

Vivere più a lungo è una delle grandi trasformazioni del nostro tempo. Fare in modo che il tempo conquistato sia vissuto il più possibile in salute, autonomia e partecipazione è una sfida ancora aperta, che riguarda le persone, le famiglie, i servizi e le comunità.

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