The Alliance for the Golden Years stems fromthe Ravasi Garzanti Foundation’scommitment to building a new urban welfare system dedicated to longevity. It is a civic and generative pact that goes beyond a simple welfare program, transforming vulnerability and needs into opportunities for community, solidarity, and social innovation.

Ageismo: cos’è e come riconoscere e superare gli stereotipi sull’età

Pubblicato il 20 Ott 2026
ageismo cos'è

Ageismo, cos’è e dove si nasconde nel linguaggio quotidiano 

«Alla sua età», «è ancora lucido», «poverino, è rimasto solo». Quante volte sentiamo espressioni di questo tipo senza soffermarci davvero su quello che comunicano? Per capire cos’è l’ageismo possiamo partire proprio da qui: da parole e atteggiamenti apparentemente innocui che associano automaticamente l’età a determinate capacità, bisogni o comportamenti. 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’ageismo come l’insieme di stereotipi, pregiudizi e discriminazioni rivolti alle persone in base alla loro età. Può manifestarsi nelle relazioni quotidiane, nelle istituzioni e persino nel modo in cui ciascuno percepisce il proprio invecchiamento. Non riguarda quindi soltanto episodi espliciti di discriminazione. Può emergere nel linguaggio che utilizziamo, nel modo in cui vengono rappresentate le persone anziane nei media, nelle opportunità offerte sul lavoro o nell’accesso ai servizi.

Riconoscerlo è il primo passo per mettere in discussione idee sull’età che spesso consideriamo scontate.

Che cosa significa ageismo e da dove nasce il termine 

Ma l’ageismo cos’è in concreto? La parola deriva dall’inglese ageism e viene coniata nel 1969 dal gerontologo statunitense Robert N. Butler, che la utilizza per descrivere il pregiudizio nei confronti delle persone anziane, costruendo il termine sul modello di razzismo e sessismo.

Da allora il significato di ageismo si è ampliato. Oggi indica stereotipi, pregiudizi e discriminazioni legati all’età, e non riguarda soltanto la vecchiaia: può colpire anche i più giovani.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel suo rapporto globale del 2021, distingue tre aspetti: gli stereotipi, cioè le idee che associamo all’età; i pregiudizi, ovvero il giudizio che ne discende; le discriminazioni, quando queste convinzioni influenzano comportamenti e decisioni.

L’ageismo può entrare nelle regole e nelle prassi di un’organizzazione, ma anche nelle relazioni di tutti i giorni. E può essere interiorizzato: succede quando chi invecchia fa propri quegli stereotipi e li applica a sé stesso.

I numeri aiutano a capire quanto sia diffuso. Secondo i dati raccolti dall’OMS su oltre 83.000 intervistati in 57 Paesi, una persona su due nel mondo manifesta atteggiamenti ageisti verso le persone della Grande età. In Europa, una su tre dichiara di averne fatto esperienza.

In Italia il tema coinvolge una quota crescente di cittadini, perché gli over 65 sono ormai circa un quarto dei residenti. Il modo in cui guardiamo all’età ha quindi conseguenze economiche e sociali concrete, dal lavoro ai servizi, dalla salute alla possibilità di partecipare pienamente alla vita sociale.

E spesso tutto comincia da situazioni comuni, come una parola, una battuta o un tono di voce che sembra innocuo ma parte già da un’idea precisa di ciò che ci si può aspettare a una certa età.

Come si manifesta l’ageismo, dal linguaggio ai media 

Il pregiudizio legato all’età non si manifesta sempre in modo esplicito. Più spesso passa attraverso parole che sembrano innocue: un diminutivo di troppo, un complimento come «per la sua età se la cava benissimo», un tono di voce più lento e semplificato, simile a quello che si userebbe con un bambino.

Quest’ultimo modo di comunicare viene definito elderspeak. Nasce con l’intenzione di essere premurosi, ma presuppone che una persona anziana faccia più fatica a capire o a esprimersi.

Anche la stampa contribuisce a fissare questi stereotipi. La ricerca sulla persona anziana nei media, condotta dalla Fondazione Ravasi Garzanti con il BehaveLab dell’Università degli Studi di Milano, ha analizzato più di 6.400 articoli pubblicati tra il 2017 e il 2024 su Avvenire, Corriere della Sera, Il Giorno e La Repubblica.

Ne emerge un quadro articolato. Accanto a racconti che valorizzano esperienza e partecipazione, continuano a comparire rappresentazioni incentrate su fragilità e dipendenza. Durante la pandemia l’associazione con la vulnerabilità si è rafforzata, per poi attenuarsi negli anni successivi.

Capire cos’è l’ageismo significa quindi imparare a riconoscerlo anche nei diversi contesti della vita quotidiana: 

Ambito Come si manifesta Effetto ricorrente
Linguaggio quotidiano Diminutivi, semplificazione del registro, elogi condizionati all’età Perdita di autorevolezza della persona
Media e pubblicità Vecchiaia associata a malattia o a un’eccezione da celebrare Assenza di rappresentazioni ordinarie e plurali
Salute e servizi Sintomi attribuiti all’età, dialogo rivolto al caregiver anziché alla persona Diagnosi tardive, minore aderenza alle cure
Lavoro e formazione Esclusione implicita da percorsi di aggiornamento e selezione Uscita anticipata dal mercato del lavoro
Politiche pubbliche Persone anziane trattate come categoria omogenea di destinatari Servizi tarati sul bisogno, non sul desiderio

Quali conseguenze ha l’ageismo e come contrastarlo 

Definire cos’è l’ageismo significa guardare anche alle sue conseguenze. Non riguarda soltanto il modo in cui parliamo o ci relazioniamo agli altri, ma può avere effetti concreti sulla salute e sul benessere.

Uno studio longitudinale condotto da Becca Levy e colleghi dell’Università di Yale, pubblicato nel 2002, ha rilevato che le persone con una percezione più positiva del proprio invecchiamento sono vissute in media 7,5 anni più a lungo rispetto a chi ne aveva una più negativa, a parità di età, genere, condizione socioeconomica e stato di salute funzionale.

Il rapporto OMS documenta un quadro coerente: una revisione sistematica di 422 studi condotti in 45 Paesi associa l’ageismo a esiti negativi per la salute nel 96% dei casi analizzati, con effetti particolarmente marcati quando il pregiudizio viene interiorizzato.

Sulle strategie efficaci le evidenze internazionali convergono su tre direzioni:

  • Politiche e norme: intervenire sulle regole che consentono l’esclusione per età, dai criteri di accesso ai servizi alle prassi di selezione.
  • Educazione: attività formative che smontano le false credenze sull’invecchiamento, tanto più efficaci quanto più precoci.
  • Contatto intergenerazionale: esperienze strutturate di incontro tra generazioni, la misura con il maggior supporto empirico nella riduzione del pregiudizio.

È la logica che orienta i programmi culturali dedicati alla Grande Età e la ricerca Silver & Longevity Economy, che legge l’invecchiamento come fattore di sviluppo economico e sociale e non come costo da contenere.

Vale anche per il modo in cui si progettano i servizi per persone anziane e caregiver: uno sportello che parla alla persona, e non soltanto di lei, produce esiti diversi.

Una cultura della longevità fondata sulla ricerca 

Riconoscere cos’è l’ageismo è solo una parte del lavoro. Il successivo riguarda il modo in cui raccontiamo la vecchiaia, perché le parole contribuiscono a costruire aspettative, orientare i servizi e influenzare il posto che le persone anziane occupano nella società.

La Fondazione Ravasi Garzanti lavora su questi temi dal 1986, attraverso attività di ricerca, progetti culturali e collaborazioni con università, istituzioni e realtà del territorio. Da questo percorso è nata anche l’Alleanza per la Grande Età, un patto civico che riunisce persone e organizzazioni impegnate a promuovere una nuova cultura della longevità.

Ricerche, pubblicazioni e approfondimenti sulla longevità sono raccolti in “Sofia”, la biblioteca della Fondazione. Esplora la biblioteca virtuale per consultare gli studi disponibili, tra cui il report integrale della Media Analysis.

Il cambiamento comincia dalle parole, ma non si ferma lì. Contattaci per conoscere i progetti della Fondazione e per maggiori informazioni!